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Mutui

Buone nuove per i cittadini che non riescono a far fronte alle imposte sulla casa o ai contributi richiesti come inquilini di un appartamento. Se non si hanno abbastanza risorse economiche per saldare i debiti alla vecchia maniera, ossia pagando, ci si può proporre per lavori di pubblica utilità. Si chiama baratto amministrativo ed è stato regolamentato dall’articolo 24 del decreto Sblocca Italia. Il primo Comune a far partire questa iniziativa è Invorio, un centro con 4.458 abitanti che si trova in provincia di Novara. Ma pare che presto l’esempio virtuoso sarà seguito da altre realtà locali del nostro Paese visto che il sindaco dichiara di aver ricevuto molte richieste di aiuto da parti di colleghi sparsi per la penisola.

Il funzionamento del baratto amministrativo è molto semplice: si corrispondono contributi in sospeso con l’Erario o col Comune attraverso prestazioni lavorative a uso pubblico. Si va da lavori di manutenzione, ad altri di recupero e abbellimento di aiuole e spazi comuni, interventi di decoro urbano o altre attività necessarie all’amministrazione locale. E sarà proprio ogni singolo comune a regolare il funzionamento del baratto sul proprio territorio. Nel caso di Invorio sono bastati tre mesi per stendere il regolamento che è stato approvato il 2 luglio scorso ed è pubblico dal 14 di questo mese. Per proporre la propria manodopera in cambio dell’estinzione del debito fiscale bisogna essere maggiorenni e risiedere nel Comune; oltre a queste due caratteristiche, il proprio Isee non deve superare gli 8.500 euro e si devono avere in essere debiti per contributi sulla casa non corrisposti o per altri come inquilini morosi negli ultimi tre anni. In base all’entità del debito verrà assegnato il monte ore necessario al saldo, mentre il tipo di lavoro viene deciso in base alle esigenze del Comune.

Prosegue lo sforzo del nostro Paese di raggiungere gli alti standard di connessione europea e di dotare tutte le case di banda larga per una navigazione veloce. Dal primo luglio di quest’anno entrerà in vigore l’obbligo di dotare tutti i nuovi palazzi di una rete predisposta per questo sistema di connessione che sarà esteso anche agli edifici o alle abitazioni ristrutturate, qualora i lavori di ristrutturazione siano talmente impattanti che ne modifichino la struttura, il prospetto, la volumetria, la destinazione d’uso e che, comunque, richiedano dei permessi speciali per l’edilizia.

Nel palazzo, o nel singolo immobile nuovo o ristrutturato, dovrà essere realizzato un punto d’accesso pronto per accogliere gli allacci delle varie compagnie del settore che possono erogare il servizio della banda larga ultraveloce. Ma ad essere agevolati non devono essere soltanto le aziende che operano nel campo della connessione e che devono avere vita facile per allacciare la rete; anche gli inquilini dei palazzi all’avanguardia dotati di cablazione per la banda ultralarga possono ne traggono numerosi benefici anche al di là di una connessione più veloce. Ogni palazzo o casa che si sia adeguato a questa nuova norma, infatti, può esporre all’esterno una targhetta che ne testimoni la capacità di connessione in fibra ottica. A rilasciare questo “trofeo” potranno essere dei tecnici specializzati e riconosciuti come autorità certificatrice. Chiaro che un immobile in vendita o in affitto in un palazzo che esibisce la sua virtuosità di rete assume senz’altro maggiore valore. Senza dimenticare che al Governo si sta ancora discutendo del decreto volto ad agevolare ogni intervento di cablaggio di palazzi e immobili.

Negli scorsi giorni è stato diffuso il Focus Casa prodotto dall’ANCE, l’associazione dei costruttori edili italiani. Tramite la voce del presidente Paolo Buzzetti è stata fotografata la realtà immobiliare italiana, con un occhio anche alle nuove costruzioni, e si sono avanzate delle proposte per la ripartenza del mattone, settore fondamentale per tutta la nostra economia.

Fulcro dell’intervento è la richiesta al Governo di ridurre la pressione fiscale sulla casa e, soprattutto, la necessità di incentivare l’acquisto di abitazioni nuove e di classe energetica elevata. Questo, secondo Ance, contribuirebbe ad approfittare dell’ottima congiuntura economica che si sta vivendo nel settore immobiliare: ad aprile del 2015 le richieste di mutuo avanzate alle banche sono cresciute del 72% rispetto all’anno scorso e, inoltre, le banche tornano a erogare di più, passando dal 55 al 61% della somma rispetto al valore della casa. Se, da un lato, le compravendite sono aumentate del 3,6%, la pressione fiscale sul reddito degli italiani proprietari di immobili è letteralmente lievitata del 143,5% dal 2011 al 2014.

Una volta dipinto questo quadro dalle tinte contrastanti, Ance avanza alcune proposte di cui vale la pena prendere nota: la prima proposta è quella di ridurre il più possibile fino al 2018 la tassazione nei confronti di chi acquista un immobile nuovo o di classe energetica molto efficiente; agli stessi soggetti si propone di abolire il peso di Imu, Tasi e Local Tax. Si suggerisce l’istituzione di incentivi fiscali a chi decide di permutare un immobile vecchio con uno nuovo. Andrebbero poi stabilizzati gli incentivi per il recupero delle case più vecchie e si dovrebbe fare in modo che la Local Tax si trasformi effettivamente in un’unica tassa e che, però, non pesi su ciò che rimane invenduto nelle tasche delle imprese di costruzione.

Arriva un’altra importante novità per il settore del mattone che finalmente sembra riprendersi dopo i terribili anni bui della crisi: si sono ridotti i tempi per le compravendite, ossia il numero di giorni che trascorrono da quando una casa viene messa in vendita a quando la trattativa viene effettivamente conclusa. Quindi, oltre all’aumento delle richieste di mutuo, a quello delle cifre medie erogate e al calo dei prezzi, ci sono notizie importanti anche sul fronte tempistiche.
Lo studio che ha evidenziato questo trend positivo è stato effettuato dal gruppo Tecnocasa che ha analizzato l’attività di tutte le sue agenzie sparse sul territorio nazionale e ha confrontato i dati relativi a questo gennaio con quelli dello stesse mese del 2014. L’analisi si è focalizzata sulle grandi città, sui paesi degli hinterland e sulle province.
Per quanto riguarda i grandi centri, per vendere una casa siamo passati dai 181 giorni che erano necessari nel 2014 ai 173 che sono bastati a gennaio 2015. Un buon risultato, anche se non dimentichiamo che i tempi superano ancora di gran lunga quelli che servivano negli anni del boom immobiliare: tra il 2004 e il 2006 si arrivavano a registrare tempistiche addirittura inferiori del 50% rispetto a quelle attuali.
Nei capoluoghi di provincia la contrazione è maggiore: da 202 giorni siamo passati a 184. Tempi sempre più brevi sono quelli che servono anche nei paesini degli hinterland, dove forse la crisi di questi anni ha pesato maggiormente sulle case: qui oggi dalla messa in vendita alla chiusura dell’affare passano mediamente 196 giorni, mentre nel 2014 ne servivano 200.

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