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Mutui

Prosegue lo sforzo del nostro Paese di raggiungere gli alti standard di connessione europea e di dotare tutte le case di banda larga per una navigazione veloce. Dal primo luglio di quest’anno entrerà in vigore l’obbligo di dotare tutti i nuovi palazzi di una rete predisposta per questo sistema di connessione che sarà esteso anche agli edifici o alle abitazioni ristrutturate, qualora i lavori di ristrutturazione siano talmente impattanti che ne modifichino la struttura, il prospetto, la volumetria, la destinazione d’uso e che, comunque, richiedano dei permessi speciali per l’edilizia.

Nel palazzo, o nel singolo immobile nuovo o ristrutturato, dovrà essere realizzato un punto d’accesso pronto per accogliere gli allacci delle varie compagnie del settore che possono erogare il servizio della banda larga ultraveloce. Ma ad essere agevolati non devono essere soltanto le aziende che operano nel campo della connessione e che devono avere vita facile per allacciare la rete; anche gli inquilini dei palazzi all’avanguardia dotati di cablazione per la banda ultralarga possono ne traggono numerosi benefici anche al di là di una connessione più veloce. Ogni palazzo o casa che si sia adeguato a questa nuova norma, infatti, può esporre all’esterno una targhetta che ne testimoni la capacità di connessione in fibra ottica. A rilasciare questo “trofeo” potranno essere dei tecnici specializzati e riconosciuti come autorità certificatrice. Chiaro che un immobile in vendita o in affitto in un palazzo che esibisce la sua virtuosità di rete assume senz’altro maggiore valore. Senza dimenticare che al Governo si sta ancora discutendo del decreto volto ad agevolare ogni intervento di cablaggio di palazzi e immobili.

Negli scorsi giorni è stato diffuso il Focus Casa prodotto dall’ANCE, l’associazione dei costruttori edili italiani. Tramite la voce del presidente Paolo Buzzetti è stata fotografata la realtà immobiliare italiana, con un occhio anche alle nuove costruzioni, e si sono avanzate delle proposte per la ripartenza del mattone, settore fondamentale per tutta la nostra economia.

Fulcro dell’intervento è la richiesta al Governo di ridurre la pressione fiscale sulla casa e, soprattutto, la necessità di incentivare l’acquisto di abitazioni nuove e di classe energetica elevata. Questo, secondo Ance, contribuirebbe ad approfittare dell’ottima congiuntura economica che si sta vivendo nel settore immobiliare: ad aprile del 2015 le richieste di mutuo avanzate alle banche sono cresciute del 72% rispetto all’anno scorso e, inoltre, le banche tornano a erogare di più, passando dal 55 al 61% della somma rispetto al valore della casa. Se, da un lato, le compravendite sono aumentate del 3,6%, la pressione fiscale sul reddito degli italiani proprietari di immobili è letteralmente lievitata del 143,5% dal 2011 al 2014.

Una volta dipinto questo quadro dalle tinte contrastanti, Ance avanza alcune proposte di cui vale la pena prendere nota: la prima proposta è quella di ridurre il più possibile fino al 2018 la tassazione nei confronti di chi acquista un immobile nuovo o di classe energetica molto efficiente; agli stessi soggetti si propone di abolire il peso di Imu, Tasi e Local Tax. Si suggerisce l’istituzione di incentivi fiscali a chi decide di permutare un immobile vecchio con uno nuovo. Andrebbero poi stabilizzati gli incentivi per il recupero delle case più vecchie e si dovrebbe fare in modo che la Local Tax si trasformi effettivamente in un’unica tassa e che, però, non pesi su ciò che rimane invenduto nelle tasche delle imprese di costruzione.

Arriva un’altra importante novità per il settore del mattone che finalmente sembra riprendersi dopo i terribili anni bui della crisi: si sono ridotti i tempi per le compravendite, ossia il numero di giorni che trascorrono da quando una casa viene messa in vendita a quando la trattativa viene effettivamente conclusa. Quindi, oltre all’aumento delle richieste di mutuo, a quello delle cifre medie erogate e al calo dei prezzi, ci sono notizie importanti anche sul fronte tempistiche.
Lo studio che ha evidenziato questo trend positivo è stato effettuato dal gruppo Tecnocasa che ha analizzato l’attività di tutte le sue agenzie sparse sul territorio nazionale e ha confrontato i dati relativi a questo gennaio con quelli dello stesse mese del 2014. L’analisi si è focalizzata sulle grandi città, sui paesi degli hinterland e sulle province.
Per quanto riguarda i grandi centri, per vendere una casa siamo passati dai 181 giorni che erano necessari nel 2014 ai 173 che sono bastati a gennaio 2015. Un buon risultato, anche se non dimentichiamo che i tempi superano ancora di gran lunga quelli che servivano negli anni del boom immobiliare: tra il 2004 e il 2006 si arrivavano a registrare tempistiche addirittura inferiori del 50% rispetto a quelle attuali.
Nei capoluoghi di provincia la contrazione è maggiore: da 202 giorni siamo passati a 184. Tempi sempre più brevi sono quelli che servono anche nei paesini degli hinterland, dove forse la crisi di questi anni ha pesato maggiormente sulle case: qui oggi dalla messa in vendita alla chiusura dell’affare passano mediamente 196 giorni, mentre nel 2014 ne servivano 200.

Sappiamo bene che il mercato immobiliare diventa lo specchio della società e quando questa soffre il settore casa ne prende tutte le conseguenze con situazioni che derivano dalla sofferenza economica delle famiglie. È quello che sta avvenendo in Italia dall’inizio della crisi economica, non solo per ciò che concerne il mercato delle compravendite e quello dei mutui, ma anche per i condomini. Pagare il mutuo è un impegno a cui le famiglie italiane stanno cercando di non venire meno, proprio perché l’abitazione rimane un punto fermo molto importante nel nostro Paese; e si cerca, ove possibile, di non sottrarsi nemmeno al pagamento del canone d’affitto, per non incappare in un triste sfratto. Se si deve tagliare, pare che le famiglie italiane lo stiano facendo sulle rate condominiali: stando a un recente rapporto di Confabitare, infatti, sono proprio le spese per il condominio quelle che subiscono il tasso di morosità più alto. Secondo l’associazione che riunisce i proprietari immobiliari l’anno scorso questo fenomeno ha interessato tutto il nostro Paese, a partire dalle città più grandi.

Mettendo a confronto il 31 dicembre 2014 con il 1 gennaio dello stesso anno, la città in cui la morosità dei condomini è cresciuta maggiormente è Bologna con un incremento del 33,8%. Seguono a breve Roma e Napoli, con aumenti del fenomeno rispettivamente del 33 e del 32,7%. Quarto e quinto posto sono occupati da altre due grandi città: Torino (+31,8%) e Milano (+30%).

In termini di morosità, però, le norme sono cambiate nel giugno del 2013 e si spera che il loro effetto si veda a breve sui nuovi bilanci: non è più possibile, infatti, rivalersi sui condomini “onesti”, ma sono i morosi che ricevono un decreto ingiuntivo.

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