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Mutui

Arriva un’altra importante novità per il settore del mattone che finalmente sembra riprendersi dopo i terribili anni bui della crisi: si sono ridotti i tempi per le compravendite, ossia il numero di giorni che trascorrono da quando una casa viene messa in vendita a quando la trattativa viene effettivamente conclusa. Quindi, oltre all’aumento delle richieste di mutuo, a quello delle cifre medie erogate e al calo dei prezzi, ci sono notizie importanti anche sul fronte tempistiche.
Lo studio che ha evidenziato questo trend positivo è stato effettuato dal gruppo Tecnocasa che ha analizzato l’attività di tutte le sue agenzie sparse sul territorio nazionale e ha confrontato i dati relativi a questo gennaio con quelli dello stesse mese del 2014. L’analisi si è focalizzata sulle grandi città, sui paesi degli hinterland e sulle province.
Per quanto riguarda i grandi centri, per vendere una casa siamo passati dai 181 giorni che erano necessari nel 2014 ai 173 che sono bastati a gennaio 2015. Un buon risultato, anche se non dimentichiamo che i tempi superano ancora di gran lunga quelli che servivano negli anni del boom immobiliare: tra il 2004 e il 2006 si arrivavano a registrare tempistiche addirittura inferiori del 50% rispetto a quelle attuali.
Nei capoluoghi di provincia la contrazione è maggiore: da 202 giorni siamo passati a 184. Tempi sempre più brevi sono quelli che servono anche nei paesini degli hinterland, dove forse la crisi di questi anni ha pesato maggiormente sulle case: qui oggi dalla messa in vendita alla chiusura dell’affare passano mediamente 196 giorni, mentre nel 2014 ne servivano 200.

Sappiamo bene che il mercato immobiliare diventa lo specchio della società e quando questa soffre il settore casa ne prende tutte le conseguenze con situazioni che derivano dalla sofferenza economica delle famiglie. È quello che sta avvenendo in Italia dall’inizio della crisi economica, non solo per ciò che concerne il mercato delle compravendite e quello dei mutui, ma anche per i condomini. Pagare il mutuo è un impegno a cui le famiglie italiane stanno cercando di non venire meno, proprio perché l’abitazione rimane un punto fermo molto importante nel nostro Paese; e si cerca, ove possibile, di non sottrarsi nemmeno al pagamento del canone d’affitto, per non incappare in un triste sfratto. Se si deve tagliare, pare che le famiglie italiane lo stiano facendo sulle rate condominiali: stando a un recente rapporto di Confabitare, infatti, sono proprio le spese per il condominio quelle che subiscono il tasso di morosità più alto. Secondo l’associazione che riunisce i proprietari immobiliari l’anno scorso questo fenomeno ha interessato tutto il nostro Paese, a partire dalle città più grandi.

Mettendo a confronto il 31 dicembre 2014 con il 1 gennaio dello stesso anno, la città in cui la morosità dei condomini è cresciuta maggiormente è Bologna con un incremento del 33,8%. Seguono a breve Roma e Napoli, con aumenti del fenomeno rispettivamente del 33 e del 32,7%. Quarto e quinto posto sono occupati da altre due grandi città: Torino (+31,8%) e Milano (+30%).

In termini di morosità, però, le norme sono cambiate nel giugno del 2013 e si spera che il loro effetto si veda a breve sui nuovi bilanci: non è più possibile, infatti, rivalersi sui condomini “onesti”, ma sono i morosi che ricevono un decreto ingiuntivo.

In tutti gli ambienti di lavoro, in tutti gli atenei e in tutti i centri di ricerca si parla di internet of thing, l’internet delle cose, che già sta cambiando la nostra vita e lo farà in maniera sempre più evidente, anche quando siamo in casa e stiamo svolgendo le quotidiane attività domestiche. La nuova frontiera del web e delle cose è proprio quella di interconnettere oggetti del mondo reale all’universo virtuale: ma non ci si rivolge soltanto a strumenti per informatici, quanto proprio a cose che tutti utilizziamo, dalla cucina, alla lavatrice, agli altri elettrodomestici e perfino alle tapparelle.

Si chiamano “case intelligenti” e oggi la loro diffusione sta diventando sempre più capillare, così come la rete di imprese specializzate che si occupano di costruire e implementare in questa direzione. Si va dall’allarme ai fornelli o al microonde, al monitoraggio tramite smartphone del lavoro e dei tempi dei grandi elettrodomestici di casa, come lavatrice, frigo o lavastoviglie.

Ultima impresa ad aver investito in questa tecnologia è IBM che ha reso noto lo stanziamento di 3 miliardi di dollari per far partire un team interno all’azienda che lavori al progetto di connessione tra internet e le cose di case, dall’arredamento, alle pareti di casa, fino a quelle di mezzi di trasporto e uffici. In particolare, IBM ha l’obiettivo di creare la prima banca dati di informazioni che provengono da queste attività casalinghe 2.0 per poterlo mettere a disposizione di altri team e programmatori del settore, con particolare attenzione alla privacy, tasto ancora dolente per queste nuove frontiere.

Tutte le ricerche relative al settore immobiliare si rivelano positive in termine di aspettative per questo 2015. Ma ciò non vale solamente per l’area prezzi e compravendite: fa ben pensare anche lo studio sulle classi energetiche dei nostri immobili. L’ultima ricerca è stata svolta congiuntamente da Enea, Fiaip e I-Com.

Secondo le tre sigle, quando si tratta di immobili di pregio, ci si sta rivolgendo sempre di più verso quelle case di lusso che hanno un’ottima classe energetica: di fatto, nel 2014 il 10% di tutte queste compravendite ha avuto come oggetto un’abitazione in classe A e A+; la stessa percentuale, nel 2013, si fermava al 6%.
Tutto ciò fa sperare che finalmente in Italia il valore di una classe energetica elevata sia stato compreso. Ma se si mette sul piano della bilancia questo dato con quello che è realmente disponibile sul mercato immobiliare italiano, le cose cambiano, poiché la maggior parte dello stock è rappresentato da immobili vecchi e quindi energivori.

Non dimentichiamo, infatti, che gli immobili di classe energetica mediocre non solo fanno male al nostro ambiente, ma anche alle nostre tasche: avere una casa in classe verde vuol dire senza dubbio risparmiare sulla bolletta. È proprio per questo che il fatto che solo gli immobili di lusso siano in buone condizioni e che tra quelli medi, anche se ristrutturati, ci si fermi a classi più basse non è proprio una buona notizia: nel 2014, di tutti gli immobili rinnovati che sono stati venduti soltanto il 6% apparteneva a una delle prime tre classi, quelle verdi appunto.

A far sì che la bilancia torni, quanto meno leggermente, in equilibrio ci sono le nuove costruzioni: quando si analizzano le compravendite di immobili nuovi quasi la metà (49%) è in classe B, A o A+ (in aumento rispetto al 40% registrato nel 2013).

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